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Felicità PDF

I poeti e i tragediografi antichi felicità PDF che fosse impossibile all’uomo il raggiungimento della felicità: questa concezione permase nei filosofi del V secolo a. Anassagora a un tale che gli domandava chi fosse felice, rispose volendo esaltare l’ideale di una vita parca: Nessuno di quelli che tu ritieni felice, ma lo troverai in quel numero il quale da te viene ritenuto tra gli infelici.


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Gorgia rivela il segreto della sua lunga vita serena affermando che Non ho mai fatto niente per cercare il piacere ma Isocrate precisa che la sua felicità dipendeva dal fatto che non si sposò mai, non ebbe figli e fu dunque esonerato da questa incombenza dispendiosa e incessante. Per i sofisti dunque la felicità, intesa come tranquillità materiale, era conseguenza di una vita agiata tutta egoisticamente dedicata a se stessi. Cosa fosse il “daimon” per Socrate è stato variamente interpretato: con questo termine, secondo Paolo De Bernardi, egli sembrava indicare l’autentica natura dell’anima umana, la sua ritrovata coscienza di sé. Comunque gli autori concordano che nella concezione socratica era prevalente l’elemento dell’interiorità riferito all’eudemonia, cioè la felicità, la serenità interiore era l’effetto di un comportamento razionale indirizzato alla virtù.

Il male dunque si operava perché per ignoranza lo si scambiava con il bene che non poteva tuttavia essere stabilito a priori una volta per tutte, ma occorreva ricercarlo ininterrottamente confrontandosi con gli altri tramite il dialogo. La felicità per Platone consiste nella ricerca del Bene e del Bello: ma una volta raggiunti questi scopi, tramite un’educazione che porta alla saggezza, intesa come capacità di distinguere il vero bene e il vero bello dai falsi beni, e una volta soddisfatto il desiderio di felicità, questa svanisce se non sorge un altro desiderio. La morale individuale allora non è sufficiente per il conseguimento della felicità che deve essere invece garantita dallo Stato guidato dai filosofi che soli sono in grado di creare le condizioni propizie per la felicità dei cittadini. Aristotele s’inserisce tra gli autori che come Platone identificavano la felicità con la virtù ma rende il concetto meno rigido aggiungendovi la considerazione di vita attiva secondo virtù e in modo completo così da considerare validi per essere felici anche i beni esterni. Per Aristotele la felicità era dunque la conseguenza di un atteggiamento razionale che portasse alla moderazione che cioè permettesse di distinguere il giusto mezzo tra opposti comportamenti estremi: così ad esempio può dirsi di possedere la virtù del coraggio chi si tiene nel mezzo tra gli estremi della viltà e della temerarietà.

La felicità è infatti un bene comune, partecipabile da tutti coloro che non sono negati alla virtù. Ora tutti desiderano la felicità di per se stessa e mai per qualche altro fine ma in che consiste veramente la felicità? Certuni la considerano una delle cose visibili e manifeste come la ricchezza, il piacere o l’onoreanzi spesso lo stesso individuo la considera una cosa diversa. La felicità, rispondeva Aristotele, consiste nel realizzare la propria natura e, poiché l’essenza dell’uomo sono la ragione e la virtù, egli non potrà mai essere felice senza essere razionale e virtuoso, cioè saggio. Per i Cirenaici la felicità consisteva invece nell’edonismo, cioè nel conseguimento del piacere attuale, del piacere “in movimento”, cinetico, ben diverso da quello “stabile”, catastematico di Epicuro.

Cosicché mentre i cinici negavano la possibilità dell’uomo di essere felice tramite il piacere perché la vita era in sé dolorosa, per i cirenaici valeva il contrario: negare il dolore per conseguire il piacere. Per le scuole di pensiero dei filosofi ellenistici e romani come quella degli stoici, la felicità si identificava ancora una volta con la serenità, la tranquillità d’animo. Lo stoicismo non è dunque una sorta di esercizio forzato di vita, perché tutto, nell’esistenza del saggio, scorre pacificamente. E poiché il Bene consiste nel vivere secondo il Lògos, il male è solo ciò che in apparenza vi si oppone. Queste qualità per gli stoici non hanno importanza, perché non esistono beni intermedi: la felicità o l’infelicità dipendono unicamente da noi, non possono essere il risultato di una mediazione.

Da qui la netta contrapposizione: o si è sapienti, o si è stolti, tutto il resto è indifferente. Nessuno, di conseguenza, è schiavo per natura, l’essere umano è assolutamente libero di approdare alla saggezza, mentre schiavo è soltanto colui che si fa dominare dalle passioni. Questo mutamento di prospettiva avvenne quando Panezio si rese conto che l’ideale stoico della saggezza poteva apparire vuoto e astratto, rischiando di mettere in crisi l’intera dottrina dell’etica. Panezio e Posidonio sostengono che la virtù non è sufficiente, ma occorrono anche buona salute, abbondanza di mezzi di vita, e forza.

Non si è mai troppo vecchi o troppo giovani per essere felici. Uomo o donna, ricco o povero, ognuno può essere felice. Gli Epicurei, in primis il romano Tito Lucrezio Caro, il più importante dei seguaci di Epicuro, vedono nella filosofia la via d’accesso alla felicità, dove per felicità s’intende la liberazione dalle paure e dai turbamenti, contingentemente al raggiungimento del piacere. Dimostrare la lontananza del limite del male, cioè la provvisorietà e la brevità del dolore. Epicuro infatti divide il dolore in due tipi: quello sordo, con cui si convive, e quello acuto, che passa in fretta. Per gli epicurei si può legittimamente essere felici e godere dei beni sensibili purché l’uomo, con la propria ragione, sappia, ben calcolando quali bisogni debbano essere soddisfatti, non rendersene schiavo. Per piacere cinetico si intende il piacere transeunte, che dura per un istante e lascia poi l’uomo più insoddisfatto di prima.