Saggistica

Gli errori della benevolenza PDF

Questa voce o sezione sull’argomento filosofia è priva o carente di note e riferimenti bibliografici puntuali. Si definisce gli errori della benevolenza PDF utilità la misura della felicità di un essere sensibile. L’utilitarismo trova una formulazione compiuta nel XVIII secolo a opera di Jeremy Bentham, il quale definì l’utilità come ciò che produce vantaggio e che rende minimo il dolore e massimo il piacere. Egli fa dell’etica una scienza quantificabile introducendo il concetto di algebra morale.


Författare: David Charles Stove.

La benevolenza è una virtù? In molti casi sembrerebbe di sì. Ma quando si parla della “benevolenza allargata” dell’Illuminismo, secondo David Stove la risposta è chiaramente no. Filosofo controverso e controcorrente, scomodo e originale, egli fornisce ancora oggi risposte sorprendenti agli interrogativi della società contemporanea. Di fronte al progressivo e sempre più evidente disfacimento delle democrazie occidentali, scorre a ritroso il loro recente passato e riesamina con occhio critico tutte le correnti di pensiero che hanno caratterizzato la storia occidentale negli ultimi secoli: dall’Illuminismo al comunismo, dal darwinismo al postmodernismo. Stove chiude questo saggio riportando nell’ultima pagina – che sarà letteralmente l’ultima che scriverà – la storia di un indiano solitario che con la sua canoa andava a pescare controcorrente. Ma a forza di lottare contro il vento, le correnti, la furia delle acque, un giorno, stremato, decise di abbandonare il remo nell’acqua, si accese la pipa e incrociò le braccia al petto. «E se saremo razionali anche noi, allora ci comporteremo anche noi come l’indiano di questa storia», conclude Stove

Il suo pensiero fu ripreso da John Stuart Mill che nella sua opera intitolata Utilitarismo, del 1861, relativizza la quantità di piacere al grado di raffinatezza dell’individuo. L’analisi, però, si può estendere a livello complessivo. L’utilità diventa perciò il perno del ragionamento etico, e la sua diretta applicazione è che diversi stati sociali risultano comparabili a seconda del livello di utilità globale da essi generati, intesi come aggregazione del grado di utilità raggiunto dai singoli. Finalità della giustizia è la massimizzazione del benessere sociale, quindi la massimizzazione della somma delle utilità dei singoli, secondo il noto motto benthamiano: “Il massimo della felicità per il massimo numero di persone. L’utilitarismo è quindi una teoria della giustizia secondo la quale è “giusto” compiere l’atto che, tra le alternative, massimizza la felicità complessiva, misurata tramite l’utilità. Non hanno rilevanza invece considerazioni riguardo alla moralità dell’atto, o alla doverosità, né l’etica supererogatoria.

Non vi è alcun giudizio morale aprioristico. Si prenda ad esempio l’omicidio: questo atto può essere considerato “giusto” allorquando comporti come conseguenza uno stato sociale con maggiore utilità totale. Avendo definito giusto ciò che massimizza l’utilità, ne deriva una visione di giustizia di tipo allocativo, dove la giustizia è definita come la gestione efficiente dell’utilità sociale. La natura ha posto il genere umano sotto il dominio di due supremi padroni: il dolore e il piacere. Spetta a essi soltanto indicare quel che dovremmo fare, come anche determinare ciò che è giusto o ingiusto. Sarebbe assurdo supporre che la valutazione dei piaceri debba dipendere solo dalla quantità. Di conseguenza, coloro che sono avvezzi a sperimentare i piaceri più elevati sono gli individui più qualificati per stabilire quali piaceri possono contribuire al meglio alla promozione della felicità generale e all’educazione degli altri individui.

Sidgwick sostiene che l’utilitarismo definito da Bentham e Mill non può porsi come il supremo principio morale. Tuttavia secondo Sidgwick l’intuizionismo non può essere una dottrina morale: non è infatti possibile agire ignorando sempre le conseguenze dei propri atti e le particolari circostanze in cui ci si muove: è anzi moralmente doveroso valutare le caratteristiche fattuali delle situazioni nelle quali si opera e l’utilitarismo possiede questa duttilità. Tuttavia, l’utilitarismo di Moore non sembra risolvere il problema di fondo dell’utilitarismo edonista. Il solo modo per classificare le singole utilità sarebbe perciò quello dell’utilità ordinale. Queste riserve tuttavia non portano alla scomparsa dell’utilitarismo, bensì alla ricerca di una sua ridefinizione. Molti utilitaristi infatti pensano che l’impianto generale di questa dottrina rimanga valido, essendo semplice e di agevole applicazione.

A questo proposito, l’economista britannico R. 1936 pubblica un articolo nel quale, benché non utilizzi ancora la terminologia odierna – introdotta da R. Brandt in “Ethical Theory”, 1959 – definisce concettualmente l’utilitarismo della regola. Secondo Smart l’utilitarismo delle regole, dato che ignora il valore delle conseguenze delle nostre azioni, non rappresenta l’effettivo modo di agire degli individui. B Ci troviamo di fronte a una tesi così semplice e naturale che molti lettori potranno facilmente condividere.