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Ho paura: cosa faccio? PDF

Claudia Koll: “Non mi faccio suora per amore di mio figlio” Un giovane in affidamento e la cura degli ho paura: cosa faccio? PDF di una missione africana. Claudia Koll ha compiuto da poco cinquant’anni. Il 17 maggio ha festeggiato in piazza San Pietro «con una quarantina di amici», tutti raccolti «per la canonizzazione di alcune suore».


Författare: Elisabetta Baldo.

Perché un volume sulla violenza? Perché sempre con più frequenza la cronaca ci fa rabbrividire: molestie sessuali, abusi sui bambini, pedofilia, turismo sessuale. Tutto questo suscita rabbia, incredulità, angoscia e talvolta impotenza. Cosa fare per fronteggiare un così assurdo, seppur reale, e grande problema? Le Autrici tentano di dare una risposta fornendo contenuti e strumenti ai genitori e agli educatori, che sono in relazione con un bambino, perché superino l’aspetto emotivo di blocco nei confronti di tali tematiche; riescano nell’intento di accogliere le paure e le sofferenze del bambino; lo accompagnino nella costruzione del sé; gli trasmettano in modo adeguato informazioni; propongano attività che sollecitino l’autostima e l’assertività del bambino come strumenti di difesa dagli “attacchi esterni”».

Se si guarda allo specchio, che cosa vede? La serenità sul volto, la luce. Mi vedo più luminosa di prima, vedo la gioia nel cuore di avere una vita piena, intensa e ringrazio il Signore perché, se non l’avessi incontrato, la mia vita non avrebbe sapore». Di recente ha detto che non diventerà suora perché vuole fare la mamma. 15 anni che giro il mondo con una missione: annunciare la misericordia e la grazia di Dio.

Africa e soprattutto in Burundi, dove sosteniamo e aiutiamo tanti bambini e tanti orfani, per aiutarli a ritrovare la speranza». Oltre a questo, il Signore mi ha donato un ragazzo, venuto in Italia dal Burundi per essere curato, che poi il tribunale ha affidato a me da quando aveva 16 anni. E poi c’è anche l’Accademia di recitazione, dove mi occupo dei ragazzi. Insomma ho una vita piena nel mondo: prendere i voti ed entrare in convento non è la scelta che il Signore mi ha chiamato a fare».

Non lo so Non è stato facile. All’inizio Jean Marie non parlava italiano e rifiutava il cibo. Era in condizioni fisiche gravi, quando è arrivato era irriconoscibile a causa di una insufficienza renale. Ho dovuto combattere anche per farlo mangiare, a volte con la preghiera più che con i rimbrotti. Poi, piano piano si è creata una relazione di fiducia, veniva con me nei miei viaggi, gli facevo le punture sulla pancia, come farebbe chiunque abbia in casa un malato. Ha studiato dai salesiani per diventare cuoco, perché ama cucinare.

Siamo una famiglia normale, ecco, quando parto rimane a casa da solo ma ha i suoi amici e io mi fido: è un ragazzo solido, sano». Ma non ha mai pensato di farsi suora? Certo, l’ho pensato, però poi ti chiedi: che cosa vuole Dio da me? Questo non significa che non metta Dio al primo posto nella mia vita». Quando è iniziata la sua conversione? Nel 2000, quando ho passato la Porta Santa.

Accompagnavo un’amica che veniva dall’America ed era la mia coach sul set. Poi siamo andate in Puglia per il film e lì, per la prima volta, mi sono trovata di fronte a delle difficoltà che non riuscivo più a gestire: prima ero sempre determinata, sicura, e invece non lo ero più». Per esempio, in una scena drammatica sarei dovuta scoppiare a piangere ma non ce l’ho fatta, il cuore non rispondeva ai miei comandi: si era indurito. Se non c’è verità nella tua vita, come ci può essere nel tuo mestiere?

E la sera, in albergo, pensai a Gesù, che dice che la verità rende liberi». Ho capito che la menzogna mi stava spegnendo dentro. E piano piano ho messo in discussione certi aspetti della mia vita, come il fatto che tutto ruotasse intorno a me, che fossi solo il centro di me stessa». Quali altri aspetti ha messo in discussione?

La mancanza di autenticità, e quindi la necessità di compiere scelte più coerenti rispetto all’unità della persona. E poi appunto l’egoismo: ho capito che bisogna pensare anche agli altri e ho cominciato con un ragazzo malato di Aids, ricoverato in un centro della Caritas». Dal mondo patinato del cinema in cui tutto deve essere bello Lì, con quelle persone ero obbligata a essere vera, erano tutti malati terminali. Un’esperienza forte, come i poveri in Africa: ho visto neonati senza guance, col visino scavato, bambini scheletrici e tutto questo mi ha fatto crescere più di tante parole». Beh, per esempio non spendo più tanti soldi in vestiti e scarpe. Mi piacciono, ma ho la consapevolezza che non si possa vivere pensando solo a quello».

La conversione è arrivata quando era al successo. Non credo, anche se fondamentale è stato il passaggio della Porta Santa. Certo è che ho saputo rinunciare a tante cose, perché ne ho anche sperimentato l’inconsistenza: quando avevo davvero bisogno, i soldi e il successo non mi hanno dato le risposte che cercavo, Dio invece sì». Si è pentita del passato da attrice?