Storia

Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere PDF

Ragioni e obbiettivi di una scelta metodologicamente inedita 1. Preceduto dall’umiliante condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamento inumano e degradante di persone detenute, il quarantennale della riforma dell’ordinamento penitenziario è stato occasione per un ineludibile, sconfortante bilancio. Ma se è doveroso ammettere che molto è stato fatto negli ultimi tempi sia a livello legislativo, che amministrativo, lo è altrettanto riconoscere che la realtà carceraria, salvo circoscritte eccezioni, è ancora distante dalle connotazioni e dal compito che alla pena assegna la Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere PDF. Ha concorso sicuramente una molteplicità di fattori, dei quali forse è possibile però individuare un denominatore comune: si è preteso di versare il vino nuovo nei vecchi otri – per usare la metafora del sen.


Författare: Grazia Zuffa.

Gli anniversari, in particolare quelli con la cifra tonda, offrono di solito molteplici occasioni. Servono alle celebrazioni, ai consuntivi, alle messe a punto, alle analisi retrospettive e ai tentativi di prospezione dell’avvenire. Lo scopo di questa pubblicazione non ha tali ambizioni, ma quello di ripercorrere un tratto significativo della storia recente del nostro Paese attraverso la lettura e l’interpretazione che degli avvenimenti politici, sociali, culturali, nazionali e internazionali L’Astrolabio ci ha lasciato. E se oggi, a cinquant’anni dalla sua fondazione, riteniamo di qualche interesse ricordare quella vicenda è anche perché essa presenta delle analogie con il passaggio politico che l’Italia sta oggi attraversando.

Il problema è culturale, prima ancora che normativo. Una profonda azione riformatrice, dunque, non può risolversi nel pur necessario intervento legislativo, ma deve operare anche sui piani, strettamente interconnessi, delle strutture architettoniche, dell’organizzazione del regime penitenziario e della formazione professionale. Ma un’effettiva attuazione del finalismo risocializzativo dovrebbe comportare un deciso spostamento del baricentro della risposta sanzionatoria penale, oggi sostanzialmente incentrata sulla pena detentiva, verso sanzioni di comunità, cioè di esecuzione nel territorio, meno onerose per lo Stato, meno afflittive per il condannato, più efficaci nella prospettiva di una sua riabilitazione sociale. La quarantennale storia del nostro ordinamento penitenziario, dunque, non soltanto dimostra che qualsiasi riforma meramente normativa è destinata a rimanere in gran parte sulla carta, se non vi sono persone e luoghi che sappiano accoglierla. Alla luce di queste consapevolezze, gli Stati generali, volendo perseguire l’ambizioso obbiettivo di dare nuovo senso ed assetto all’esecuzione della pena, hanno ritenuto indispensabile un approccio metodologicamente inedito. Con il presente Documento il Comitato, avvalendosi del prezioso lavoro dei Tavoli , intende offrire un compendio delle linee di intervento che ritiene più qualificanti per dare un volto nuovo all’esecuzione penale, pienamente rispettoso dei principi costituzionali che informano questa materia e attento a nuove problematiche e a nuove potenzialità, inimmaginabili sino a non molto tempo fa. Non solo perché si è inaugurato un metodo di lavoro imperniato su un network di professionalità, culture, esperienze e linguaggi diversi, che appare l’unico modo per affrontare un problema complesso e poliedrico come quello dell’esecuzione della pena.

Ma soprattutto perché pone al centro del dibattito pubblico il tema dell’esecuzione penale. Ciò può contribuire a determinare un copernicano mutamento di prospettiva: dal carcere percepito come la soluzione per tutti i problemi e per tutte le paure sociali, al carcere come problema sociale. Anzi, all’intera esecuzione penale come problema sociale. Gli Stati generali vorrebbero indurre, invece, la società a guardare, conoscere e capire. Prima di illustrare le principali linee di un auspicabile intervento riformatore, preme precisare quali debbano essere le coordinate costituzionali entro cui si deve iscrivere qualsiasi modello di esecuzione penale e dalle quali l’attuale esorbita per più di un profilo. Affinché il finalismo risocializzativo che deve ispirare tale fase non resti una retorica declamazione, si debbono realizzare una pre-condizione negativa e alcuni positivi presupposti. Ogni vulnus ai diritti inviolabili del condannato, che non derivi dalle restrizioni strettamente indispensabili per la privazione della libertà, ne offende la dignità e preclude ipso facto la possibilità che la pena possa svolgere la funzione rieducativa, essendo impossibile rieducare alla legalità un soggetto illecitamente umiliato nella sua la dignità di uomo.

Rispettata questa pre-condizione, la funzione tendenzialmente rieducativa della pena comporta che si realizzino alcune condizioni positive, peraltro strettamente interdipendenti. Si deve ritenere che il condannato sia titolare di un diritto alla rieducazione. Dalla nostra Costituzione e dalla normativa sovranazionale è possibile desumere una linea di confine invalicabile dal legislatore e dall’Amministrazione penitenziaria nel regolare l’esecuzione penale: niente può mai autorizzare lo Stato a togliere, oltre alla libertà, anche la dignità e la speranza. In questa sede ci si deve limitare a denunciare il rischio di un sistema penale che ha perso la sua connotazione di sussidiarietà rispetto ad altri meccanismi di regolazione dei conflitti e di ricomposizione sociale e che sempre più assume la veste di un intervento punitivo-simbolico, spesso dettato dall’urgenza di risposte emotive a problemi che potrebbero essere altrimenti affrontati. Un’ulteriore considerazione preliminare: l’ideale sarebbe che, come complessivo è stato l’approccio nell’analisi e nella proposta, così sia anche organica e compiuta la traduzione legislativa e organizzativa dell’intervento di riforma.

Si è peraltro consapevoli che possono difettare le condizioni politiche per effettuare un intervento di così vasta portata come quello che si propone. I risultati degli Stati generali si dovrebbero dispiegare essenzialmente su tre piani. Sul piano legislativo, contribuendo, anzitutto, alla migliore attuazione della Delega penitenziaria, ma anche suggerendo novità non riconducibili ai criteri direttivi della stessa. Prioritaria, anzi propedeutica ad ogni altra, è la tematica della dignità e dei diritti. Non vi è rispetto della dignità del condannato senza il rispetto dei suoi diritti, la limitazione del cui esercizio per contro, quando non strettamente indispensabile per l’esecuzione della pena, è un’offesa al suo diritto alla rieducazione.