Economia e diritto

Verità e bellezza in Jacques Maritain. Atti del Convegno (Milano, 9-10 dicembre 2013) PDF

Questa verità e bellezza in Jacques Maritain. Atti del Convegno (Milano, 9-10 dicembre 2013) PDF una voce in vetrina. Sorella del matematico André Weil, fu vicina al pensiero anarchico e all’eterodossia marxista. Uno scorcio della Parigi del 1909, anno di nascita della Weil.


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Il volume raccoglie gli Atti del convegno internazionale tenutosi a Milano all’Università Cattolica nel 2013, che, per la competenza dei partecipanti e per la completezza degli interventi, costituiscono una panoramica ed una valutazione critica degli scritti di Maritain, rilevando l’attualità di messaggio filosofico che mette al centro della riflessione la persona umana. Un primo gruppo di relazioni analizza i diversi gradi del sapere umano, raccordando scienza e filosofia, teologia e mistica, ciascuno individuato nella sua autonomia e nelle sue relazione epistemologiche. Diversi contributi riguardano la creazione artistica e la fruizione estetica, considerata a livello della musica, della poesia e delle arti figurative. A documentazione, il volume riporta, nella loro integralità, le corrispondenze dei Maritain con G. Ungaretti, G, Papini, e W. Congdon. La terza parte analizza l’universo della morale, del diritto, e della politica, che vanno raccordati nella distinzione. Una nota bibliografica elenca in ordine cronologico gli scritti e le corrispondenze di R. e J. Maritain, garantendo il quadro storico degli interventi e delle testimonianze.

Pensando all’incontro fra suo padre e sua madre, scriverà: C’è forse una sola cosa in me che non abbia la sua origine in quell’incontro? E anche la mia idea di Dio ha la sua origine in quell’incontro. Figlia di un medico di origini ebraiche, l’alsaziano Bernard Weil, e della russo-belga Selma Reinherz, entrambi agnostici, Simone Weil nasce il 3 febbraio 1909 a Parigi. Eravamo una famiglia molto unita .

Nostra madre, per tutta la durata della guerra 14-18, volle seguire nostro padre in tutti i suoi spostamenti. A nove anni viene premiata come migliore della classe, ma non può partecipare alla cerimonia perché ammalata di pertosse. Sembra di trovarci, trent’anni più tardi, nella famiglia di Proust. C’è lo stesso profumo ebraico: qui più antico e profondo, perché la famiglia della madre veniva dalla Galizia. Chiostro liceale frequentato dalla Weil, che scriverà: Ciò che vale è unicamente la veglia, l’attesa, l’attenzione.

Fortunati dunque coloro che dedicano l’adolescenza e la gioventù soltanto a sviluppare questo potere d’attenzione. Con il fratello maggiore André, amato e invidiato, legge le fiabe dei fratelli Grimm, che saziano le sue giornate. Con André, che per primo le insegna a leggere, impara a memoria la commedia del Cyrano, e insieme la declamano, scambiandosi le parti, di fronte ai genitori. Da questi, lei e il fratello non ricevono giocattoli, ma soltanto libri come mezzo di evasione e spunto d’inventiva. Ho seriamente pensato alla morte, a causa delle mie mediocri facoltà naturali. Le doti straordinarie di mio fratello mi obbligavano a rendermene conto.

Non invidiavo i suoi successi esteriori, ma il non poter sperare di entrare in quel regno trascendente dove entrano solamente gli uomini di autentico valore, e dove abita la verità. Fra il 1919 e il 1928 studia in diversi licei parigini, dove ha come professori di filosofia René Le Senne e Alain. I Giardini del Lussemburgo, dove Simone Weil passeggiava da studentessa, dipinti da Henri Rousseau. Mentre Alain vede nella mitologia, come scrive Durand, “solo l’infanzia confusa della coscienza”, al contrario la Weil legge nei miti immagini del Divino che dà a pensare: il mito rimanda ad una realtà che da sempre si dà senza che sia l’uomo a porla. Il concetto di purezza, con tutto ciò che la parola può implicare per un cristiano, si è impadronito di me a sedici anni, dopo che avevo attraversato, per qualche mese, le inquietudini sentimentali proprie dell’adolescenza.

L’amicizia è guardare da lontano e senza accostarsi, annota in seguito, compenetrata dell’idea che la distanza sia la misura da rispettare in rapporto ai beni preziosi e che questi non debbano essere cercati, ma attesi. Quando, ancora nell’età dell’adolescenza, ho letto per la prima volta Il Capitale, alcune lacune, talune contraddizioni di grande importanza mi sono subito saltate agli occhi. Simone Weil in uno scatto giovanile del 1922. André Gide la definirà la santa degli esclusi, mentre Graham Greene vedrà in lei, anche da adulta, un’impetuosa adolescente. Ammessa all’École normale supérieure nel 1928, dopo essere stata respinta nel 1927, ha tra i suoi professori il celebre pensatore Léon Brunschvicg, verso il quale, però, nutre scarsa simpatia. Considerata un’agitatrice comunista, nonché invitata da un funzionario scolastico a chiedere il trasferimento onde evitare di essere licenziata, pare abbia risposto di stimare il congedo, da sempre, come il punto più alto della carriera. A fine dicembre la pensatrice ospita per alcuni giorni proprio l’esule Trotsky, assieme alla moglie, nel suo appartamento di Parigi.

La Weil aveva già conosciuto suo figlio, Lev Sedov, in Germania. Una vetrata decorata per iniziativa di Louis Majorelle, raffigurante il lavoro in fabbrica alla stregua di un’esperienza mistica. In questo stato psicofisico, ella sviluppa il desiderio di conoscere direttamente la situazione operaia e ne scopre la terribile monotonia e dipendenza. Emicrania violentissima, lavoro compiuto piangendo quasi senza interruzione.

Laggiù mi è stato impresso per sempre il marchio della schiavitù, constaterà. Prima di riprendere a insegnare in un liceo di Bourges, si reca in Portogallo, dove conosce e vive la miseria dei pescatori. Improvvisamente, ebbi la certezza che il cristianesimo è per eccellenza la religione degli schiavi, che gli schiavi non possono non aderirvi, ed io con loro. Weil trova, in tale similitudine, l’esperienza di un contatto umano.

Pur non partecipando ai combattimenti, il 19 agosto si ferisce, ponendo inavvertitamente il piede in una pentola d’olio bollente lasciata a terra, quindi, gravemente ustionata nonché dubbiosa sull’utilità del conflitto, torna in settembre a Parigi, assieme ai genitori, che si erano affrettati a raggiungerla in Spagna, preoccupati per lei. Non era più, come mi era sembrata all’inizio, una guerra di contadini affamati contro i proprietari terrieri e un clero complice dei proprietari, ma una guerra tra la Russia, la Germania e l’Italia. Inoltre, le violenze commesse dai republicanos rinnovano il suo scetticismo nei confronti degli ideali rivoluzionari. Ella così accantona definitivamente il marxismo, esattamente nel periodo in cui gli intellettuali della sua generazione si accingevano a riscoprirlo. In Italia, dove stringe amicizia con Edoardo Volterra e la sua famiglia, ella torna l’anno seguente, riscoprendo la propria vocazione per la poesia, vocazione rimossa per diverse ragioni fin dall’adolescenza.